| storia
PRIMI INSEDIAMENTI IN VALVARRONE
Anche un ambiente difficile e inospitale come quello dell'arco alpino
conobbe la presenza umana decine di migliaia d'anni prima della nostra era.
Venendo a tempi più vicini, incontriamo nella zona di Premana, stando agli
antichi storici romani, gli Orobi, forse imparentati con i Liguri; ma di
queste genti poco più del nome non si conosce. A loro però si fa risalire
l'occupazione con sedi stabili delle nostre montagne. Con loro iniziò
probabilmente l'organizzazione del territorio e la suddivisione dello stesso
tra le varie tribù o villaggi, tra i quali era sicuramente Premana.
Erano pochi i nostri antenati ed occupavano un'ampia testata di valle, ma
la fissazione dei confini con le genti vicine fu un processo lungo e
laborioso. Inizialmente fu probabilmente confine meridionale alla tribù
dorsale del Pizzo Cavallo e della "Deleguasche", forse lo stesso Varrone
(torrente che da il nome alla valle); mentre le genti della Valsassina
valicavano i monti usufruendo dei pascoli alti della Valvarrone e le
popolazioni di Margno e Casargo si spostavano in Valmarcia, luoghi superflui
per i nostri antenati. Nel IV secolo a.C. e forse prima, valicando le Alpi,
qui giunsero i Celti, e trovarono popolazioni già organizzate sul territorio.
I nuovi venuti lentamente si amalgamarono e si sostituirono alle più antiche
genti; fu un processo, sembra, non traumatico, che cambiò almeno in parte usi
e costumi. Furono forse i Celti coloro che individuarono e per primi
sfruttarono le miniere di ferro Poi, verso la fine del II secolo a.C., ecco
entrare in scena Roma. In un primo tempo impose trattati di federazione alle
genti alpine e quindi, con Augusto, sconfisse quei popoli e li assoggettò
definitivamente. Roma non sconvolse i ritmi di vita, gli usi e le tradizioni,
solo esigeva tributi ed impose una subordinazione che solo nel corso di
secoli influirà sugli ordinamenti delle popolazioni soggette.

STILE DI VITA DEI NOSTRI ANTENATI
I nostri antenati furono innanzi tutto cacciatori e pastori seminomadi;
l'agricoltura, specie in montagna, aveva scarsa importanza e l'allevamento,
se c'era, era praticato come pastorizia. In questa situazione esisteva solo
la proprietà collettiva, del villaggio, ma non la proprietà privata, salvo
per le mura dell'abitazione. Solo quando queste genti divennero sedentarie e,
con processo lento, si trasformarono in agricoltori ed in allevatori, sorse
l'esigenza della proprietà famigliare.
Il primo bisogno, già in epoca preromana, fu quella di possedere dei
campi. Questi richiedevano un notevole impegno di lavoro ed ogni gruppo
famigliare tendeva a valorizzare il proprio lavoro ed a goderne i frutti. Se
la pastorizia e lo sfruttamento del bosco erano attività adatte ad una
conduzione comune, così non era per la lavorazione dei campi. Con
l'allevamento sorse pure la necessità di disporre di prati, cioè di foraggio
per la stagione invernale; ogni nucleo famigliare aveva le sue esigenze ed
era in grado di svolgere una determinata mole di lavoro del quale
autonomamente pretendeva di godere.

Il primo bisogno, già in epoca preromana, fu quella di possedere dei
campi. Questi richiedevano un notevole impegno di lavoro ed ogni gruppo
famigliare tendeva a valorizzare il proprio lavoro ed a goderne i frutti. Se
la pastorizia e lo sfruttamento del bosco erano attività adatte ad una
conduzione comune, così non era per la lavorazione dei campi. Con
l'allevamento sorse pure la necessità di disporre di prati, cioè di foraggio
per la stagione invernale; ogni nucleo famigliare aveva le sue esigenze ed
era in grado di svolgere una determinata mole di lavoro del quale
autonomamente pretendeva di godere.
INIZIO DELL'ESTRAZIONE DEL FERRO DALLE
MINIERE
La presenza di vene di siderite negli alti monti del Varrone diede avvio
sin dai tempi antichi, già a partire dal 1200, a una fiorente siderurgia che
lungo il correre dei secoli, grazie alla ricchezza dei boschi per la
produzione di carbone e dell'abbondanza di acque torrentizie per azionare i
mantici dei forni e delle fucine si estese su tutto il territorio orientale
del Lario, da Premana a Introbio e fino a Lecco. Nel periodo che va dal XIV e
il XV secolo l'attività di lavorazione del ferro subisce uno sviluppo
soprattutto per due motivi: 1- La grande quantità di ferro richiesta
dall'industria armoraria (delle armi) milanese; 2- Il passaggio nel 1410
delle terre del ferro bresciane e bergamasche sotto il dominio delle
Repubblica di Venezia, lasciando quindi alla Valsassina primato in questo
settore. Sino al 1800 ogni angolo di montagna fu battuto dai ricercatori
ansiosi di scoprire nuovi filoni metalliferi. Vene veramente fruttifere
rimasero però sempre quelle dell'alto Varrone, quelle d'Artino e quelle
presso il lago di Sasso in Biandino.

Con la dominazione spagnola (XVI e XVII secolo) decadde l'industria
armoraria a Milano, ma nelle nostre zone, la siderurgia sviluppò una
tecnologia avanzatissima nei metodi di fusione e nella produzione in serie di
armi. Nonostante i provvedimenti del governo austriaco, l'attività mineraria
valsassinese andò in contro a una progressiva decadenza. Nel 1845 chiuse
l'ultimo forno di Premana e nel 1848 chiusero le miniere del Varrone. Una
causa sostanziale di questa crisi fu il grave impoverimento del patrimonio
boschivo che rendeva necessaria la ricerca di combustibile alternativo al
carbone di legna. Sino a tutto il Medioevo, prima che entrasse nell'uso la
polvere da fuoco, il materiale veniva scavato con il solo aiuto di mazze e di
scalpelli. Centinaia di metri di gallerie furono aperti con quei mezzi
primitivi. La vena scavata veniva frantumata a colpi di mazza. Il minerale
quindi veniva "arrostito", in fornelli per eliminare le impurità e
particolarmente lo zolfo. Prima di trasportarla la vena veniva lavata. Il
carbone necessario ai forni fusori e alle fucine veniva ottenuto dalla lenta
e imperfetta combustione di grandi cumuli di legna coperti di terriccio,
detti "pojat", sistemati negli spiazzi dei boschi. L'ultima fumata dei forni
a Premana avvenne nel 1845
|